58797_10200567787107851_239178213_npor Fernanda Belotti, Sexta, 22 de fevereiro de 2013 às 10:57 ·

Traduzione dell’Intervista del “Nostro Giornale” al Dott. Andrei Moreira – Medico con specializzazione in OMEOPATIA e Presidente dell’Associazione Medico-Spiritista dello Stato di Minas Gerais, Brasile.

http://nossojornalabaete.com.br/nossojornal/modulos/noticias/ler.php?cdnoticia=655

L’amore, il perdono, la guarigione e l’autoguarigione

Sviluppare l’amore è il modo più veloce, facile ed efficace per la guarigione dell’anima e del corpo.

D: Dr. Andrei, che cosa sono la salute, la malattia, la guarigione e l’autoguarigione nell’approccio medico-spiritista?

R: La salute è intesa come il riflesso dell’equilibrio dell’essere in relazione alle leggi divine. Nella visione spiritica, l’uomo è un essere immortale, qualcuno che preesiste alla vita fisica, che sopravvive alla morte biologica e, lungo il processo evolutivo, attraverso la reincarnazione cresce, cresce verso Dio. La salute del corpo fisico è un riflesso del livello di equilibrio di questo spirito nel processo evolutivo verso l’amore, il bello e il buono. La malattia è un segno interiore di riequilibrio, che invita l’essere a ristabilire il contatto con l’amore e la sua sorgente. Si tratta di un messaggio generato nella realtà spirituale più profonda dell’essere e questo si riflette nel corpo fisico come un invito alla riconnessione con l’amore, con lo sviluppo dell’amore verso sé stessi e dell’amore per prossimo. Da questo punto di vista, la salute e la malattia sono unacostruzione dell’uomo stesso e nessuno è vittima di nulla se non di se stesso, delle sue decisioni, delle proprie scelte, da quel che decide e determina nella sua vita. Di conseguenza, la guarigione è anche un fenomeno di autoguarigione, in quanto per la sua instaurazione definitiva, è necessario che ci sia non solo un sollievo dei sintomi e una risoluzione dei processi biologici nel corpo, ma anche una riformulazione morale del pensiero, del sentimento e dell’azione, facendo in modo che l’essere si trasformi in profondità, in linea con la legge divina, che significa più in sintonia con la legge dell’amore.

D: L’amore quindi, è il percorso di guarigione?

R: L’amore è la più grande medicina, è la grande finalità dell’esistenza. In realtà, camminiamo verso Dio come il “Figliol Prodigo” della parabola di Gesù , ricollegando il nostro rapporto con il Padre e il ritornando alla casa di Dio, che è in realtà dentro ai nostri cuori, dove Dio è. A poco a poco stiamo facendo questo: scoprendo le nostre virtù, la grandezza intima che si trova dentro di noi, tutto ciò che Dio ci ha dato come possibilità evolutiva dalla quale siamo in grado di realizzarci pienamente. In questo contesto, l’amore rappresenta un movimento terapeutico per eccellenza, come un movimento di rispetto, di considerazione, di valorizzazione e di inclusione. Egli cura le malattie dell’anima, che sono l’orgoglio, l’egoismo, la vanità, la presunzione e l’arroganza e ci mette in sintonia con la sorgente, che è Dio stesso, e ci aiuta a riconnetterci con il Padre. Sviluppare l’amore è il modo più veloce, facile ed efficace per la guarigione dell’anima e del corpo.

D: Nei seminari hai presentato anche il perdono come cammino di piena salute. Parlacene un po’.

R: Sì, il perdono è essenziale per la salute. Senza il perdono, non c’è pace interiore, non c’è la salute fisica e nemmeno emotiva. Shakespeare ha detto: “Chi non perdona o ha risentimenti è come se bevesse veleno sperando che l’altro muoia.” Il veleno agisce in colui che lo tiene, che lo coltiva dentro di sé. E il male agisce dentro di noi come una pianta che, una volta coltivata, cresce creando radici, dando fiori, frutti e moltiplicandosi. E finiamo invischiati in una serie di dolore emotivo, senza che ricordiamo, a volte, dove tutto è cominciato. Tutto perché nutriamo queste cose dentro di noi, senza il dialogo, senza metabolizzare emotivamente ciò che stiamo provando, sperimentando. Quando ce ne accorgiamo, la situazione è diventata una questione molto profonda e molto grave.

Per avere la pace, abbiamo bisogno di abbracciare il perdono come un progetto di vita. Il perdono è una decisione per la pace, che si traduce in atteggiamenti che stabiliscono questa pace nella comprensione dei problemi emotivi delle nostre caratteristiche personali, le circostanze che circondano l’atto aggressivo e la nostra responsabilità e co-responsabilità nel processo.  Si traduce come un processo, perché non accade dalla notte al giorno.

Si costruisce nel tempo e attraverso un comportamento costante di ricerca della metabolizzazione emotiva, che spesso ha bisogno di un accompagnamento terapeutico, per mezzo di uno psicologo che ci aiuti in queste elaborazioni interiori e a trovare le risposte, il senso e i significati più profondi.

Il perdono coinvolge anche l’accoglienza e l’accettazione della nostra umanità e dell’umanità dell’altro, soprattutto nel superamento dei traumi, perché solo accettando la condizione fondamentale dell’essere umano, come essere in continuo processo tra tentativi ed errori, riusciamo a convivere con gli errori nostri e degli altri che più ci fanno male. Naturalmente, quel che facciamo agli altri lo facciamo anche a noi. Quindi, riusciremo  ad accettare l’umanità dell’altro, quando accetteremo la nostra stessa umanità, quando accoglieremo in noi la nostra capacità di sbagliare e ricominciare, abbracciando l’amore di sé come proposta per la vita. L’amore per sé stessi è figlio dell’umiltà, una delle magnifiche rappresentazioni dell’amore divino, quella decisione interna di accoglierci, di trattarci con gentilezza, con la compassione e con la benevolenza di cui abbiamo bisogno, anche se con la fermezza necessaria per domare le nostre passioni e domare i nostri difetti, come riteniamo necessario.

Quindi, il perdono è un atteggiamento di conquista, quello stato di pace interiore che viene attraverso la comprensione delle circostanze che ci circondano e della decisione rivolta all’amore.

D: Nella città di Abaeté, c’è un numero elevato di persone dipendenti da antidepressivi, ansiolitici, bevande e droghe pesanti come il crack. Cosa possiamo dire a queste persone?

R: Ogni dipendenza è un tentativo di placare il vuoto interiore attraverso le cose esterne. Ma questo vuoto interno, che tutti noi abbiamo, è placato solo dalla presenza di amore verso noi stessi. Il vuoto è un vuoto d’amore, ma non quell’amore che ci manca dato dall’altro, è l’amore che viene da dentro, è l’amore che noi stessi possiamo darci. Quindi, per il trattamento e la profilassi di qualsiasi processo di dipendenza, è importante insegnare alle persone a valorizzare se stessi, a rispettarsi, a piacersi. Occorre stabilire relazioni familiari oneste, dove le persone possano dialogare, parlare, essere attente le une alle altre e condividere le emozioni, mostrandosi, non in maniera idealizzata, ma in modo onesto, reale, insegnando a vedere, in ognuno di noi, la luce e l’ombra, il bello e il brutto,  le cose positive e quelle negative. Dobbiamo imparare ad accogliere queste due parti, imparando a trasformare ciò che non ci piace in noi e ad apprezzare e sviluppare ciò che abbiamo di buono, di positivo.

La depressione non è l’accettazione della vita. C’è un messaggio dei depressi che dice: “Così come non ho la vita che voglio, non accetto la vita che ho.” È anche un messaggio di arroganza, la prepotenza di credere che danneggiando sè stesso, danneggia la propria società, fa del male al mondo.  Spesso dietro la depressione, ci sono colpe e processi di autopunizione profonda, causati dalla mancanza di umiltà nell’accettare la vita così com’è, e di ricominciare tante volte quanto è necessario per raggiungere la felicità.

Nel trattamento della depressione, è importante affrontare la questione dello sviluppo dell’accoglienza della vita, la sottomissione attiva a Dio. Questo significa “accettare la vita così com’è, ma facendo di tutto per ottenere quello che si desidera”, senza abbandonare la gioia di vivere, senza entrare in quella tristezza patologica, quella che costituisce lo stato depressivo.

Gli antidepressivi sono molto utili quando ben impostati per un certo periodo, ma non devono diventare una stampella, non sono la pillola della felicità, non possono essere la fonte che ci fornisce la realizzazione intima che placa il nostro dolore. Oggi abbiamo nella nostra società, una medicalizzazione eccessiva, un uso scorretto dei farmaci, perché non impariamo a gestire naturalmente le nostre emozioni. La paura, la tristezza, la rabbia e la gioia sono emozioni di base, e dobbiamo imparare ad affrontarle.  Quando non viviamo in modo naturale le nostre emozioni, le trasformiamo in angoscia, in panico, in euforia o in depressione.

Nella nostra società si osserva un eccesso nell’uso di farmaci per emozioni che sono del tutto naturali.  Non appena una persona è triste, prende un antidepressivo o un ansiolitico per evitare di avere a che fare la propria ansietà o tristezza. Ma l’ansia e la tristezza sono situazioni di vita naturali, che ad un certo livello sono molto positivi e parlano molto di noi stessi. È importante che l’auto-conoscenza guidi il processo per capire che cosa sta succedendo nella nostra anima e nella nostra vita. Martha Medeiros dice, in una forma molto bella, che la tristezza è il ripostiglio dove esaminiamo la nostra vita. Ed è questo che dobbiamo imparare: studiare le nostre emozioni, le nostre caratteristiche, per trarre lezioni importanti su noi stessi e sugli altri e, quindi, diventare persone migliori.

D: Il suicidio può essere visto come una malattia dell’anima?

R: Il suicidio è un atto di disperazione in cui il soggetto cerca di uccidere il suo dolore e spesso mette la famiglia e gli altri in una posizione di dolore ancora più grande di quello originale.  Pertanto, è anche una manifestazione di egoismo. Dobbiamo evitare il suicidio nella nostra società, stabilendo l’accoglienza del dolore emotivo delle persone, attraverso personale competente, dove vengono ascoltati, accettati e con un accompagnamento terapeutico professionale, che li aiuti a metabolizzare i dolori e le difficoltà che vivono.  Abbiamo bisogno, prima di tutto, di un insegnamento morale e religioso che ci dia una base e un sostegno per capire chi siamo, cosa stiamo facendo e dove stiamo andando; una base che ci fornisca la prova della promozione delle virtù che sono potenze dell’anima e veri profilattici contro il suicidio.

Alla luce spiritica, il suicidio è un atto molto infelice, perché l’individuo si riconosce vivo dall’altra parte della vita, uccidendo solo il corpo fisico. E quel dolore originale, oltre a non essere risolto, aumenta per il reato contro la propria vita.  Questo è un diritto che nessuno di noi ha. Solo a Dio compete dare e togliere la vita. Quindi, per chi ha commesso suicidio, dobbiamo agire con compassione e misericordia, inviandogli le nostre preghiere. Le preghiere sincere dei loro cari o anche di coloro che hanno buona volontà e il desiderio di aiutare, raggiungono i cuori di questi spiriti che soffrono nell’aldilà come un vero balsamo che alleviando il dolore, li aiuta a proseguire. Perché la vita è eterna e ognuno avrà la possibilità di rinnovarsi e di ricominciare, anche se dovranno fronteggiare i risultati infelici che hanno accumulato con la disperazione.

D: Nel numero di dicembre, il Nostro Giornale ha toccato un problema preoccupante, cioè il crescente numero di incidenti stradali mortali, spesso con veicoli guidati da minorenni. Cosa possiamo dire, soprattutto ai genitori che hanno difficoltà ad imporre limiti, a dire di no, e finiscono per prestare la macchina o regalare ai loro figli minorenni la moto?

R: Questo non può succedere assolutamente. I genitori non possono rinunciare al loro diritto e alla loro responsabilità di educatori. La nostra società prevede che, perché una persona possa guidare, deve avere la patente, e questa la si ottiene solo dopo essere diventati maggiorenni. I genitori devono imparare a rispettare questo. Se non si rispetta questa condizione fondamentale, si assumono le conseguenze per gli errori di coloro che sono sotto la loro responsabilità diretta. Sappiamo che oggi è molto difficile per le famiglie imparare a porre dei limiti, perché viviamo processi educativi che danno grande libertà ai giovani, senza il processo educativo per insegnare loro ad usare la libertà in modo responsabile. Così i genitori, come educatori morali, non possono rinunciare al loro ruolo; essi dovrebbero essere coloro che utilizzano tutte le risorse, procurano aiuto professionale ove necessario, ma in nessun modo rinunciano al loro ruolo, trascurando gli adolescenti a loro vincolati.

Essi devono sì essere coloro che cercano tutte le risorse e i mezzi per fornire all’individuo l’elemento educativo, che proviene principalmente dall’ esempio, perché gli adolescenti imparano principalmente da quel che vedono fare dai loro genitori e non da quello che gli sentono dire.  L’esempio della famiglia è estremamente importante nel processo educativo, e la società deve disporre di leggi e del rispetto di queste leggi; deve stabilire processi educativi per i minorenni che vengono presi senza una patente, così come per coloro che sono trovati ubriachi al volante, mettendo in pericolo la loro vita e la vita degli altri. E i genitori dovrebbero agire in modo responsabile stabilendo processi interni nella dinamica famigliare, che siano processi delimitatori quando i minorenni, o anche i maggiorenni,  arrivano a questo livello di irresponsabilità, mettendo in pericolo la società. E’ dovere dei genitori fare una tale distinzione.

D: Anche con internet, è vero? I giochi in internet creano troppa dipendenza …

R: Giochi viziosi, aggressivi, che sviluppano spesso anche l’alienazione dell’individuo dalla vita relazionale.  Abbiamo visto adolescenti dipendenti da giochi in rete, che non danno priorità alle relazioni con gli altri, lontani da casa e dalla condivisione.  In questo modo, diventano adulti chiusi, repressi e con difficoltà nello stabilire legami affettivi profondi. Quindi, tutti gli strumenti della vita sono positivi, ma devono essere limitati. I genitori devono limitare l’uso di Internet e fare un compromesso con i loro figli. Non semplicemente agire in modo autoritario, ma coinvolgere i giovani in modo che si sviluppino con lo sport, con la socializzazione, con l’educazione morale, attraverso l’educazione religiosa, le attività sociali, la responsabilizzazione con il bene e con i loro simili. I giovani possono essere indirizzati ad attività di volontariato e di beneficenza: queste sono estremamente educative e fanno conoscere al giovane altre realtà, mostrandogli altre prospettive e spesso riformulando la propria vita e il suo contesto. E’ dovere dei genitori stabilire i confini e le regole del vivere insieme, senza rinunciare a tale diritto e a questo obbligo morale per cui si sono impegnati.

D: Questo ciclo di conferenze in Abaeté, è coinciso anche con il lancio del suo libro “La guarigione e l’autoguarigione“. Ci parli un po’ di questo lavoro.

R: “Healing e Self Healing, una visione medico-spiritista,” è una pubblicazione della casa editrice Ame, dipartimento editoriale dell’Associazione Medica Spiritica di Minas Gerais, e affronta la salute e la malattia nella visione spiritica. Ci sono 16 capitoli, che approcciano diversi aspetti quali, ad esempio, il perdono come cammino di guarigione, la carità come strumento e la guarigione, l’azione del pensiero nella salute e nella malattia, le guarigioni di Gesù, la salute e la malattia nella visione spiritica, terapeutica , medico-spiritista e la terapeutica come guaritore e altre questioni, con la presentazione di casi, di lavori pratici anche in questa direzione, soprattutto l’amore e l’amore di sé come percorso di incontro con sé stessi e di guarigione del corpo e dell’anima.

Traduzione e Revisione: Fernanda Belotti e Marina dellafoglia

 

L’amore, il perdono, la guarigione e l’autoguarigione Intervista al Dott. Andrei Moreira